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Tutela penale del segreto industriale: la Cassazione chiarisce l’ambito di applicazione dell’articolo 623 c.p. rispetto all’articolo 98 c.p.i.
Venerdì, 07 Agosto 2020 10:04

Tutela penale del segreto industriale: la Cassazione chiarisce l’ambito di applicazione dell’articolo 623 c.p. rispetto all’articolo 98 c.p.i.

di Francesca Gioia

Con sentenza n. 16975 dell’11 febbraio 2020, la quinta sezione penale della Corte di Cassazione, ha definitivamente condannato quattro ex collaboratori di una multinazionale operante nel settore delle chiavi dinamometriche per la sottrazione di segreti industriali, utilizzati dagli imputati per la realizzazione, e successiva commercializzazione, di prodotti concorrenziali.

La sentenza è di particolare interesse rispetto ai principi di diritto enunciati dalla Suprema Corte circa l’ambito di tutela offerto dall’art. 623 del codice penale, alla luce delle modifiche introdotte dalla Direttiva (UE) 2016/943 “sulla protezione del know-how riservato e delle informazioni riservate (segreti commerciali) contro l’acquisizione, l’utilizzo e la divulgazione illeciti”, in relazione all’articolo 98 del codice della proprietà industriale.

La vicenda prende le mosse nel 2007 quando la società ATLAS COPCO BLM s.r.l. (“Atlas”), attiva nella progettazione, costruzione e commercializzazione di apparecchiature meccaniche, elettroniche e informatiche per il serraggio in campo automobilistico, ha presentato denuncia querela contro tre ex dipendenti e un ex collaboratore esterno per la sottrazione da parte degli stessi del proprio know-how avente ad oggetto lo sviluppo e la produzione di una nuova chiave dinamometrica, e il relativo software, finalizzata alla gestione dei fissaggi sulle autovetture.

Gli imputati avevano tutti lavorato, seppur con ruoli differenti, all’interno della Atlas da cui si erano dimessi nel 2006, confluendo in una società di diritto francese. Dallo stesso anno, gli ex collaboratori, avevano presentato a case automobilistiche già clienti di Atlas una chiave dinamometrica, realizzata sfruttando le conoscenze acquisite dagli ex collaboratori in Atlas, ivi inclusi parti di software sviluppate da quest’ultima.

Con Sentenza della Corte d’Appello di Milano del 16 ottobre 2018, gli imputati venivano ritenuti colpevoli in secondo grado del reato di cui all’articolo 623 del codice penale che rubricato “Rivelazione di segreti scientifici o industriali” punisce chiunque riveli o impieghi a proprio o altrui profitto segreti commerciali o notizie destinate a rimanere segrete, di cui sia venuto a conoscenza per ragione del suo stato o ufficio, o della sua professione o arte. Allo stesso modo, la norma punisce chi riveli o impieghi a proprio o altrui profitto segreti commerciali acquisiti in modo abusivo.

Gli imputati decidevano quindi di ricorrere in Cassazione sia per motivi di ordine processuale, quale la asserita tardività della querela, che di ordine sostanziale quali - per quanto qui di interesse - la violazione ed erronea applicazione dell’articolo 623 c.p. in relazione all’articolo 98 del codice della proprietà industriale e dell’art. 2 della Direttiva UE 2016/943.

Secondo la prospettazione dei ricorrenti, infatti, non poteva dirsi integrata la fattispecie di cui all’articolo 623 c.p. poiché, per un verso, non sarebbe stato adeguatamente identificato il know-how oggetto di protezione e, dall’altro, sarebbe in ogni caso mancato, il requisito della segretezza, da declinare secondo i parametri di cui all’articolo 98 c.p.i.

Rispetto alla sussistenza del reato di cui all’art. 623 c.p. la Corte ha respinto le ricostruzioni in fatto e in diritto prospettate dai ricorrenti, chiarendo anzitutto come il bene giuridico tutelato dalla norma sia il segreto industriale inteso come “quell'insieme di conoscenze riservate e di particolari modus operandi in grado di garantire la riduzione al minimo degli errori di progettazione e realizzazione e dunque la compressione dei tempi di produzione”.  

Quanto poi alla sussistenza dei requisiti di tutela, secondo la Corte, nelle sentenze di merito i segreti industriali e il know-how sottratti erano stati correttamente individuati e consistevano nel patrimonio di conoscenze acquisite ed elaborate dalla società in 3 anni di lavoro “con l'impiego di risorse finanziarie rilevanti, un lavoro di equipe, il coinvolgimento di diverse competenze tecniche, la ricerca quotidiana, i numerosi test per renderla fruibile ai clienti finali, ovvero le più importanti case automobilistiche mondiali, e adattarle alle esigenze segnalate” così realizzando una “combinazione del tutto originale confluita nella chiave dinamometrica realizzata dalla società”. Proprio questa combinazione di fattori aveva consentito agli imputati di realizzare, in tempi brevissimi, un prodotto sofisticato e altamente concorrenziale, che aveva richiesto anni di studi, investimenti importanti ed anni di sperimentazione. In questo modo i ricorrenti, sarebbero entrati sul mercato in modo competitivo, con evidente risparmio in termini di costi e di tempi di ricerca e sviluppo.

Rispetto invece al requisito della segretezza e alla tutelabilità del segreto industriale nei soli casi in cui le informazioni che si assumo essere riservate non siano già note, la Corte ha chiarito che “anche se la sequenza delle informazioni che, nel loro insieme, costituiscono un tutt'uno per la concretizzazione di una fase economica specifica dell'attività dell'azienda, è costituita da singole informazioni di per sé note, ove detta sequenza sia invece non conosciuta e sia considerata segreta in modo fattivo dall'azienda, essa è di per sé degna di protezione e tutela. Non è necessario, cioè, che ogni singolo atto cognitivo che compone la sequenza sia non conosciuto; è necessario, invece, che il loro insieme organico sia frutto di un'elaborazione dell'azienda”.

La Corte di Cassazione ha pertanto chiarito come non vi sia una corrispondenza totale tra la nozione di segreto industriale tutelato ai sensi della norma penale e quello di cui all’articolo 98 c.p.i., invocata dai ricorrenti. La norma di cui al codice della proprietà industriale e i relativi requisiti di tutela, infatti, non svolgono una funzione integrativa del precetto penale. Detta impostazione sarebbe confermata dal fatto che il Legislatore della riforma al codice penale del 2018, abbia scelto di non operare alcun rinvio all’art. 98 c.p.i.. Ne deriva che, rispetto all’applicazione della fattispecie penale, l’eventuale assenza di uno dei requisiti di tutela come individuati dall’articolo 98 c.p.i. non esclude a priori che l'informazione sottratta sia protetta penalmente, ove vi sia un interesse giuridicamente apprezzabile al mantenimento del segreto.

Nel caso di specie, la Corte ha sottolineato come detto interesse fosse stato adeguatamente individuato dai giudici di merito. Le esigenze di segretezza erano infatti perfettamente note agli ex dipendenti, i quali avevano potuto adeguatamente apprezzare la riservatezza delle informazioni costituenti il know how anche alla luce delle posizioni apicali a loro rivestite all'interno della società.

La Corte ha quindi rigettato i ricorsi presentati degli ex collaboratori, condannandoli al pagamento delle spese di lite.

francesca.gioia@milalegal.com