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Il mero “stoccaggio” per conto di terzi di prodotti a marchio contraffatto non è contraffazione di marchio!
Venerdì, 17 Aprile 2020 13:21

Il mero “stoccaggio” per conto di terzi di prodotti a marchio contraffatto non è contraffazione di marchio!

di Francesca Gioia

Con sentenza dello scorso 2 aprile (causa C-567/18) la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è pronunciata sulla questione pregiudiziale sollevata dalla Corte Federale tedesca nell’ambito del giudizio tra la società Coty (licenziataria del marchio di profumi Davidoff) e alcune società del gruppo Amazon, in merito all’interpretazione dell’articolo 9, paragrafo 2, del Regolamento UE 207/2009 - corrispondente all’art. 9(3) del vigente Reg. UE 2017/1001 - secondo cui il titolare del marchio ha diritto di vietare ad un terzo, salvo proprio consenso, “l’offerta, l’immissione in commercio o lo stoccaggio dei prodotti a tali fini oppure l’offerta o la fornitura di servizi sotto la copertura del segno”.

In breve, il Bundesgerichtshof ha posto il quesito se la condotta di un soggetto che conserva per conto di un terzo prodotti che violano un diritto di marchio, senza esserne a conoscenza, ponga in essere un uso illecito del marchio, consistente nello stoccaggio di tali prodotti ai fini dell’offerta in vendita o dell’immissione in commercio, nel caso in cui solo il terzo, e non anche esso stesso, intenda offrire o immettere in commercio i prodotti contraffatti.

Nel caso sottoposto al giudizio della Corte Federale tedesca, la società Coty lamentava la violazione dei propri diritti sul marchio Davidoff, usato senza il suo consenso per contraddistinguere prodotti messi in commercio e offerti in vendita sul sito internet www.amazon.de all’interno di «Amazon-Marketplace», un servizio offerto da Amazon in cui i contratti di vendita dei prodotti vengono stipulati senza l’intermediazione del gestore della piattaforma ma in cui i venditori hanno la possibilità di avvalersi del servizio “Logistica di Amazon”, per la conservazione e lo stoccaggio dei propri prodotti presso società del gruppo Amazon.

Coty allegava inoltre che nella comunicazione ai fini della vendita e al momento dell’esecuzione dei contratti di vendita, le società del gruppo Amazon convenute di fatto si sostituivano interamente al venditore e che i prodotti in contestazione venivano promossi in modo continuativo sul sito internet www.amazon.de mediante annunci pubblicitari nel motore di ricerca Google che avrebbero rinviato a offerte tanto di Amazon EU a proprio nome quanto di terzi, gestite da Amazon Services Europe.  

Nell’interpretare l’articolo 9, paragrafo 2 del Regolamento n. 207/2009 la Corte di Giustizia ha anzitutto sottolineato come  il verbo “usare” implica un comportamento attivo e un controllo diretto o indiretto sull’atto che costituisce l’uso perché solo un terzo che abbia detto controllo è effettivamente in grado di cessare l’uso e conformarsi al divieto, aggiungendo che “il fatto di creare le condizioni tecniche necessarie per l’uso di un segno e di essere remunerati per tale servizio non significa che chi rende tale servizio usi egli stesso il segno”.

Secondo la Corte di Giustizia, affinché la conservazione in magazzino di prodotti contraffatti possa essere qualificato come “uso” illecito ai sensi della richiamata normativa, occorre che l’operatore economico che effettui lo stoccaggio persegua egli stesso, in prima persona, la finalità di offrire i prodotti e immetterli in commercio. “Diversamente, non si può ritenere che l’atto che costituisce l’uso del marchio lo compia tale persona né che il segno sia utilizzato nell’ambito della sua comunicazione commerciale” (punto 46 della decisione).

Alla luce delle argomentazione della Corte, “L’articolo 9, paragrafo 2, lettera b), del regolamento (CE) n. 207/2009 del Consiglio, del 26 febbraio 2009, sul marchio [dell’Unione europea], e l’articolo 9, paragrafo 3, lettera b), del regolamento (UE) 2017/1001 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 14 giugno 2017, sul marchio dell’Unione europea, devono essere interpretati nel senso che una persona che conservi per conto di un terzo prodotti che violano un diritto di marchio, senza essere a conoscenza di tale violazione, si deve ritenere che non stocchi tali prodotti ai fini della loro offerta o della loro immissione in commercio ai sensi delle succitate disposizioni, qualora non persegua essa stessa dette finalità”.

La Corte di Giustizia non ha invece potuto rispondere, poiché non compresa nella formulazione della questione pregiudiziale sollevata dal giudice del rinvio, all’ulteriore domanda formulata da Coty rispetto alla partecipazione di Amazon agli atti di pubblicizzazione dei prodotti contraffatti e, in particolare, di stabilire, in caso di risposta in senso negativo alla questione pregiudiziale sollevata, se l’attività del gestore di uno spazio di mercato on-line in circostanze come quelle di cui al procedimento principale rientri nell’ambito di applicazione dell’articolo 14, paragrafo 1, della direttiva 2000/31 (c.d. direttiva e-commerce) e, se non vi rientrasse, se un tale gestore debba essere considerato un «autore della violazione» ai sensi dell’articolo 11, prima frase, della direttiva 2004/48 sul rispetto dei diritti di proprietà intellettuale”. È probabile che tale comportamento sia tale da configurare una condotta attiva del gestore e che si sia persa un’occasione di fare chiarezza sul punto.

francesca.gioia@milalegal.com